Piano editoriale per il Social Media Marketing

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Come creare varietà quando si producono contenuti per il web? I Social Media sono ottimi per sviluppare un piano editoriale efficace, grazie alla tipologia di contenuti che permettono di creare. Sebbene ci siano dei tool specifici per ciascuna piattaforma, alcuni “ingredienti” comuni sono validi sempre, ed hanno preso piede soprattutto negli ultimi anni. Vediamo quali sono.

Videopillole

video sono ormai il cuore pulsante dei contenuti online: entro il 2021, l’82% del traffico internet sarà interamente occupato dai video. Catturano l’attenzione, coinvolgono l’utente, e lo influenzano: basti pensare alle video recensioni, sia su YouTube che su Facebook.

Un video aiuta a veicolare molte informazioni in pochi secondi, coniugando immagini, suoni e testo. Le video pillole sono esempi lampanti di questo tipo di comunicazione: brevi e coinvolgenti, presentano un argomento o un brand in pochi secondi, usando immagini (foto e video) e didascalie. Pubblicate sui social sono perfette, anche per post sponsorizzati: l’algoritmo di Facebook privilegia i contenuti video, garantendo a questi post un’ottima copertura e un alto numero di interazioni. Anche i video su Instagram sono molto gettonati, e un ottimo tool per l’adv.

Unico requisito? I video, in ogni piattaforma, non devono essere più lunghi di 60 secondi, soprattutto per soddisfare lo span di attenzione dell’utente.

Stories

A proposito di span di attenzione, ecco un altro tipo di contenuto che privilegia una breve durata: la storia. Video, foto, GIF, non necessariamente di alta qualità, anzi. Le stories sono spaccati di vita quotidiana così com’è, senza filtri e senza fronzoli. Le celebrities ne pubblicano anche decine in una sola giornata, e sono un ottimo modo per coinvolgere gli utenti in ogni singolo momento. Infatti la vita, soprattutto quella virtuale, è fatta di micromomenti, e condividerli con gli altri è cruciale.

Anche i grandi brand sfruttano questa opzione: alcuni scelgono comunque di curare il risultato, sacrificando la spontaneità che caratterizza di solito le stories, altri invece decidono di “rompere il quarto muro” ed avvicinarsi al consumatore, mostrando frammenti di vita d’ufficio, o ri-condividendo le stories di chi li segue. In questo modo creano un rapporto diretto con i followers.

Storytelling

Il brand si fa consumatore e, condividendosi, vende se stesso. Per farlo, utilizza ciò che più è familiare all’essere umano, da sempre: il racconto.

Narra una storia per esprimere la propria autenticità e umanità. Parola d’ordine? Immedesimazione. La storia può essere la propria, quella di qualcun altro, persino la storia di un oggetto. Ma deve coinvolgere chi la guarda o la legge, farlo sentire parte di qualcosa.

Particolarmente efficace è lo storytelling emozionale, in grado di trasmettere sentimenti che rimangono impressi fino al momento dell’acquisto, il quale si basa non solo su necessità di carattere pratico ma anche emotive. Ed è per questo che anche ogni emozione forte può essere positiva: la comunicazione del brand deve far piangere, ridere, sbalordire. Meglio evitare rabbia e disgusto: allo stesso modo delle relazioni interpersonali, difficilmente queste emozioni invogliano a proseguire un rapporto, nemmeno (come in questo caso) virtuale.

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